Vota e fai votare

Anni fa, molti anni fa, vidi in televisione un film dal titolo Liquirizia. Alla fine del film, durante un rock’n’roll cantato da Ricky Gianco, gli studenti che erano convenuti ad assistere ad uno spettacolo scolastico, spaccavano tutto in preda ad una giovanile furia catartica. Immagino che in una sorta di frenesia pre-punk questo gesto finale rappresentasse la gioventù che, libera dalle pastoie delle regole civili, della “normalità”, dell’inutile susseguirsi del teatrino quotidiano, finalmente affermasse la sua forza dionisiaca, inarrestabile. Questo ho immaginato, ma la verità è che agli occhi del me quindicenne di allora apparvero essere primariamente una banda di deficienti. Questo perché a me i propugnatori della “guerra sola igiene del mondo”, gli apocalittici, quelli del “non si può ricostruire se prima non si distrugge”, sono sempre sembrati degli ingenui, dei pericolosissimi ingenui. Non solo perché, come ci ha insegnato Santayana, chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo, ma soprattutto perché se c’è una cosa che ho capito (e l’aveva già capita il mio alter ego quindicenne), è che, per quanto questo cozzi con le nostre illusioni, con le nostre speranze e con la nostra prepotente pigrizia mentale, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Non esiste la parola magica, il sim-sala-bim, che può trasformare una realtà difficile, imprevedibile, incasinata, in una perfetta casa della Barbie. E le parole d’ordine servono, sono necessarie a sintetizzare una posizione politica, una convinzione, ma attenzione, uno slogan, per quanto evocativo,non sostituisce mai un’idea politica, perché è uno slogan, di nuovo, un modo troppo semplice per rispondere a domande complesse.

Qual è la semplificazione con la quale me la sto prendendo? L’idea che per risolvere tutto basti rottamare (soprattutto, visto che ormai la FIAT di Detroit non è riuscita a reimporre gli ecoincentivi), l’idea che chiunque vada bene “purché non siano quelli di prima”, l’idea, alla fine, che l’unico modo per costruire un mondo migliore sia distruggere e dimenticare quello precedente. Intendiamoci, non sono e non sarò mai un conservatore, non penso che si stesse meglio quando si stava peggio e anzi, sono profondamente convinto del fatto che quando si stava peggio si stava solo peggio. Semplicemente non accetto che chi porta avanti idee che non sono in alcun modo nuove o rivoluzionarie sostenga che queste stesse idee servano a comprendere meglio i tempi nuovi di altre idee che hanno la stessa identica dignità ad interpretare i tempi in cui ci troviamo a vivere. Leggo, anche da persone che stimo per lucidità e capacità di analisi, che il novecento è finito e che non si può più interpretare i tempi nuovi con le categorie del secolo passato. Ecco, io a tutti voi chiedo: quali sono queste nuove idee che dovrebbero interpretare questo nuovo secolo, quali sono queste nuove visioni del mondo, che dovrebbero sostituire le vecchie idee di socialdemocrazia, di uguaglianza sociale, di difesa dei diritti dei lavoratori, dei deboli, di coloro che sono svantaggiati tra le comparse che riempiono il teatro del mondo? La flessibilità? L’efficienza produttiva? Le liberalizzazioni? Le privatizzazioni? La concorrenza verso coloro che hanno un costo del lavoro inferiore al nostro, fatta attraverso la compressione dei salari, dei diritti, delle garanzie? La supremazia del mercato? La libera concorrenza? Posto che alcune di queste possano essere le risposte che cerchiamo, qualcuno può legittimamente sostenere che queste non siano idee che appartengano incontrovertibilmente a quel novecento che si vorrebbe morto e sepolto? Fatevene una ragione: il novecento non è affatto finito, alla meglio, se ci dice bene, siamo ai tempi supplementari. E allora liberiamo il campo da slogan e affermazioni estremamente evocative, ma prive di fondamento. E cominciamo a ragionare sui problemi reali, scegliendo volta per volta la risposta che ci sembra migliore, la più equa, la più giusta, quella che meglio può rappresentare una sinistra moderna, dove questa modernità non è il ripudiare tutto ciò che siamo o siamo stati, in nome di fantomatici tempi nuovi o persone nuove. Ma in favore delle idee e delle persone migliori, perché è questo di cui abbiamo bisogno, lo sa Dio.

Chi, come me, si è trovato a fare politica negli anni ’80, sa bene cosa significasse all’epoca credere in una sinistra che non fosse necessariamente comunista, sa che in Italia c’erano dei campi di battaglia obbligati e che spesso dire di non essere comunisti e di non condividere le idee dell’allora PCI significava essere rubricati automaticamente nelle file della conservazione. Quello che non ha senso è che dopo decenni in cui si sarebbe dovuto comprendere che si può essere di sinistra senza essere comunisti, ci si ritrovi a sentirsi dire che non accettare quelle che allora erano idee patrimonio culturale della destra, oggi significhi essere dei conservatori. Mi dispiace, so che dà fastidio a molti, ma la destra e la sinistra esistono, sono concetti fondamentali della lotta politica e queste saranno pure idee del novecento, ma sino a che qualcuno non inventerà le categorie politiche del sopra, del sotto e della queezità, sono categorie di cui non possiamo fare a meno neppure in questo coraggioso mondo nuovo. E no, non mi convincerete del fatto che la flessibilizzazione del lavoro e la diminuzione dei diritti di qualcuno in favore dell’assai improbabile aumento dei diritti di qualcun altro, che la privatizzazione dei beni e dei servizi di natura pubblica, che altre mille soluzioni fideistiche che sentiamo da decenni e che hanno abbondantemente mostrato la corda, siano un passo avanti nella direzione della nuova sinistra.

Parafrasando un amico, dirò che quando qualcuno ti dice che non è di destra né di sinistra, questo qualcuno normalmente o è Casini o è uno di destra che non ne è consapevole o non te lo vuole dire. Perché dico questo? Perché nel regno della politica non esistono soluzioni indiscutibili che vanno bene per tutti, non c’è una verità assoluta che come il Verbo divino affermi la sua verità sulle variabili cose del mondo. Ci sono idee diverse che derivano da diverse concezioni della vita, della società, financo del giusto e dello sbagliato, e che portano a soluzioni diverse. Prendiamone atto e esaminiamole una per una alla luce della ragione di cui ognuno di noi dovrebbe essere portatore sano.

Ho scritto tutto questo perché voglio invitare tutti coloro che pensano che essere di sinistra non sia un errore antistorico, un’appartenenza priva di senso, un valore superato dai tempi in cui ci troviamo a vivere, domenica, a votare Bersani. E sia chiaro una volta per tutte, senza acrimonia, né alcun senso di superiorità, che chi vi dice che votare Renzi significa votare la nuova sinistra, in realtà vuole che voi accettiate i valori della nuova destra, legittima, onesta forse, per alcune parti del suo programma, anche condivisibile, ma sempre destra. Perché credere che la partita sia finita con lo scadere del novecento, è comportarsi come quello che ai tempi supplementari invece che entrare in campo, decide di rimanere negli spogliatoi.

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Le mie migliori e più importanti canzoni italiane degli anni ’90 (l’avevo promesso)

Anche questo non sarà un post facile, ma, per gli stessi motivi del post precedente, credo valga assolutamente la pena fare una breve e certamente non esaustiva carrellata sui migliori pezzi di musica italiana (ove, nella mia particolare concezione, musica = rock) degli anni ’90. Sono stati grandi anni per il rock italiano, per un breve, brevissimo periodo, è sembrato che le cose fossero a portata di mano. Ci pareva che se si fosse lavorato abbastanza bene, l’occasione si sarebbe presentata un po’ per tutti, del resto uscivano moltissime cose e quasi altrettante decisamente interessanti e di buona qualità.
So che molti non concorderanno sulla scelta dei singoli pezzi e probabilmente neppure su tutte le band che citerò, ma sono altrettanto certo che, almeno chi ha un ricordo in prima persona del fermento musicale di quegli anni, la nostalgia la farà facilmente da padrona. E non perché eravamo giovani, ma perché eravamo bravi.

1 – C.S.I. A Tratti. Lo so, lo so, molti (e a ragione) rimpiangevano i cccp e questa trasformazione di Giovanni Lindo Ferretti e co. non l’avevano digerita granché bene, ma quando sentii questo pezzo (e il suo gemello Del Mondo) ipnotico e potente, in cui il testo salmodiante e folle si univa ad una ripetizione quasi ieratica di un violento ritornello finale, non potei fare a meno di perdermici dentro completamente. Questa canzone ha fatto parte di tutte le mie playlist dal 1994 ad oggi.

2 – Ossigeno, Afterhours. Il primo album in italiano degli Afterhours, Germi, conteneva canzoni anche più belle (come dentro Marilyn, ad esempio), ma questo fu il primo singolo che mi capitò di vedere durante Indies di Attilio Grilloni (sempre la cara, vecchia, Videomusic, quanto rimpianto) e rimasi immediatamente affascinato dalla voce di Agnelli, che durante il pezzo dal secondo ritornello in poi si alzava di una bella ottava sull’urlo finale e dalle chitarre “liquide” di Iriondo. In Italia, quindi, c’era anche qualcuno che faceva musica così, allora!

3 – Nuotando Nell’Aria, Marlene Kuntz. Catartica fu un’altra bellissima scoperta, del tutto casuale (mi prestò il disco un amico, l’avevano regalato alla sorella). All’inizio, ammetto che il mio spirito grungettone fu rapito dalla violenza di Sonica, ma alla lunga il carico di tristezza e malinconia di questo bellissimo pezzo (sia pure con una batteria rubata ai Faith No More) mi conquistò per sempre.

4 – Il Primo Dio, Massimo Volume. Poco da aggiungere per chiunque conosca questo pezzo-capolavoro, l’apoteosi. Un cantante che non cantava, declamava, un tappeto ossessivo di chitarra, nessun particolare virtuosismo, ma suoni incredibili, un tappeto ritmico perfetto e un testo che a distanza di decenni, rimane una delle cose migliori che abbia mai sentito.

5 – Conchiglia, Tiromancino. Scommetto che questa scelta ha preso molti in contropiede (“I Tiromancino? Tu?! Avremmo scommesso che uno dei tuoi desideri più segreti fosse di cospargere Zampaglione di Vernidas e dargli fuoco!”), ma prima di diventare quello per cui quasi tutti li conoscono, i Tiromancino (in una versione della band abbastanza differente da quella successiva) erano una buona rock band e hanno scritto canzoni molto interessanti, poi, come spesso accade, le déluge.

6 – Umberto Palazzo E Il Santo Niente, Cuore Di Puttana. Un gran disco e un gran singolo (in due versioni, entrambe molto gradevoli), Palazzo, fuoriuscito dai massimo Volume, ci regalò un bell’album dai suoni crudi, essenziali e dai testi minimali ma interessanti (ricordo anche il testo fantastico di “Aborigeno”).

7 – Timoria, Sangue Impazzito. Non ho mai amato follemente i Timoria, tanto meno quelli dei ’90 (preferisco, piuttosto, i loro primi dischi, se devo scegliere) nonostante abbia sempre apprezzato le capacità vocali del buon Renga (poi, come abbia deciso di usarle successivamente, vabbe’, bisogna mangiare come suol dirsi). Li ho sempre trovati poco interessanti, tamarri e la chitarra di Omar Pedrini spesso mi ha fatto venire il cimurro, ma questo pezzo, pochi cazzi, fu notevolissimo. Semplice, poetico e cantato in modo perfetto. Qualcosa che meritava di rimanere.

8 – Bluvertigo, L.S.D. (La Sua Dimensione). In effetti il mio pezzo preferito dei Bluvertigo era Cieli Neri, ma questo fu un pezzo che per tutta una serie di motivi ascoltai spesso e volentieri per tutta la seconda metà degli anni ’90. I Bluvertigo erano fighetti e abbastanza buffi nel loro voler rifare gli ’80 e i Duran Duran e i Depeche (soprattutto nell’estetica), ma è indubbio che Morgan e i suoi avessero talento e ogni tanto mi piace ascoltare qualcosa che non sia così convenzionale e prevedibile.

9 – Interno 17, Hello. Una band fiorentina (se non ricordo male, prodotta ai tempi da Piero Pelù) con personalità e un sacco di buone idee. Questo pezzo mi rimase in testa per anni e ancora adesso ha un ritornello che ha la capacità, appena ti distrai, di prendere possesso del tuo cervello per riemergere mentre ti stai lavando i denti, appena sveglio.

10 – Tanta Tanta, Politburo. Questa band non ha mai avuto il successo che meritava, a mio avviso. Il loro secondo album era assolutamente gradevole e conteneva questo gioiellino che io ho sempre trovato incredibilmente poetico, nei testi e nelle atmosfere.

Come sempre il fatto di voler fare una classifica di soli dieci pezzi ti costringe a saltare tantissime altre canzoni che meriterebbero (una citazione per tutte: Sbagliato dei Disciplinatha, con un maledetto riff che ancora oggi mi ritrovo a fischiettare almeno una volta al giorno, altro che virale), ma credo comunque che questo elenco riesca ad essere abbastanza condivisibile, a voi la parola.

Momentum

In inglese ‘momentum’ è l’impeto, l’inerzia che ci portiamo dietro quando ci muoviamo, quella forza che mettiamo nello slancio e che poi è così difficile riassorbire a meno di avere un qualche solido appoggio.
In italiano “momento” è l’istante. Quella ideale porzione di tempo, non misurabile con precisione, solo concettuale, che rappresenta il passaggio di una quantità il più infinitesimale possibile della nostra vita, tale da essere a malapena percepibile. Un momento sei qui e il momento dopo sei nel futuro.
Quante volte abbiamo chiesto: “Mi dai un momento?” e forse intendevamo davvero sfuggire dalla pressione del qui ed ora, inconsciamente pensando di scaricare il problema sul nostro io futuro, quel qualcuno che non conosciamo, ma facciamo finta di conoscere per non impazzire, che saremo da ora a tra pochissimo.
Ecco, ogni volta che leggo ‘momento’ non posso fare a meno di pensare a noi, ai nostri poveri corpi, proiettati nel futuro e non in grado di fermare questo impeto che ci porta ad andare avanti di quell’infinitesimo istante, con i nostri movimenti sgraziati, se fermati in forma di singolo fotogramma, con le nostre dita nel naso e le nostre espressioni ridicole. 

Le mie dieci migliori e più importanti canzoni degli anni ’90

Ok, ci ho pensato. Ci è voluto un po’ perché gli anni ’90 sono stati molto importanti per me, musicalmente parlando. Sono stati gli anni dei vent’anni, gli anni dell’università, gli anni in cui ho cominciato a lavorare. e poi perché, mi spiace per tutti voi indieminkia che saltellate gioiosi nei prati dell’hipsterismo, la musica degli anni ’90 era semplicemente musica MEGLIO. E no, non lo dico perché avevo vent’anni e katsi e matsi, è una questione di pura e semplice obiettività, del resto se qualcuno sostenesse di fronte a me che la musica a cavallo tra il ’65 e il ’75 è stata quanto di meglio sia stato prodotto in ambito pop/rock da che esiste l’universo, non potrei che dargli pienamente ragione, perché è vero e basta. Come è vero il legno di questo tavolo e la consistenza delle nocche delle mie mani se qualcuno di voi obietta citando Vasco Brondi o i Baustelle.

Due approcci erano possibili: fare i ricercati, citando i gruppi seminali dei nostri beneamati ammennicoli e rigettando con piglio radical-snob le cose che tutti, ma proprio tutti, oppure accettare che i ’90 sono stati un decennio in cui mainstream e qualità si sono toccati a lungo (provocandosi anche un paio di orgasmi, a mio avviso) e quindi abbandonare la cappa del “conoscitore di musica” e citare semplicemente le canzoni più fiche che giravano nell’aere, che poi, spesso e volentieri, erano quelle che ti ritrovavi a ballare in discoteca. Come si può facilmente intuire, la seconda è l’opzione che ho preferito e quindi, bando ai preamboli, eccole:

1 – Soundgarden, Jesus Christ Pose. Perché un ventunenne metallaro sfiduciato, in cerca di cose nuove, una sera accese la TV e la sintonizzò su Videomusic e vide e sentì questa mazzata psichedelica e incazzata rombargli sulle gengive. E pochi giorni dopo aveva il vinile di Badmotorfinger orgogliosamente stretto in mano. Ovviamente fu l’inizio della fine.

2 – Nirvana, Smells Like Teen Spirit. Quella che non ha citato nessuno perché, dai, i Nirvana ok, ma proprio quella, che copiano persino nei jngle pubblicitari, che se va bene conosce pure tuo cuggino che ascolta solo DJ Molella! E sì. Proprio quella. Perché fu la prima canzone che ascoltai dei Nirvana e perché ancora a distanza di decenni mi fa venir voglia di saltare e andare a sbattere contro i muri. Era la quintessenza del grunge di ispirazione hardcore punk e pose i canoni del genere (l’alternanza lento-veloce, la voce scazzata, le chitarre feedbackate) che tutti gli altri seguirono per anni ed anni.

3 – Jeremy, Pearl Jam. Perché stavo ancora decidendo se acquistare questo nuovo album, Ten (all’epoca per me acquistare un vinile era un grosso investimento) e il primo singolo, Alive, per quanto piacevole, non mi aveva del tutto convinto. Poi arrivò Even Flow e già ero quasi certo che…ma poi uscì Jeremy e Jeremy semplicemente spaccava. Vedder tirava fuori timbri e acuti che si era tenuto dentro nei pezzi precedenti e l’accoppiata col video clamoroso fu troppo per me. Dovetti avere quell’album ad ogni costo (nella versione USA, scoprii in seguito con grande scorno che nella versione europea c’erano due tracce in più).

4 – Hunger Strike, Temple Of The Dog. Devo veramente spiegare perché? Cornell e Vedder ci regalano uno dei dialoghi vocali più belli di sempre e la forza e la semplicità del pezzo sono uniche. Per anni, in seguito, ho desiderato fare un falò come quello del video, sul Ticino, ma ovviamente la forestale ci avrebbe rapito e venduto al mercato nero degli organi.

5 – Would?, Alice In Chains. La mattina del mio 22esimo compleanno mi svegliai e vidi in rapida sequenza due pezzi girare su Videomusic, il primo era questo e mi aprì un nuovo orizzonte su di una band raffinata e cupa, che più di altre gettava radici nel metal più classico e curava in modo maniacale la pulizia del suono rispetto alle altre band di Seattle, ma quanta goduria e tristezza per un ventiduenne. Dirt diventò rapidamente uno dei miei album preferiti.

6 – This Love, Pantera. L’altro pezzo era questo. Conoscevo già i Pantera per averli visti in un concerto Live From Moscow con tutte le band più importanti dell’epoca del metal/hard rock americano (Skid Row, Bon Jovi, Motley Crue e molti altri che ora non ricordo), ma mi avevano lasciato un po’ freddo. Questo pezzo, invece, aveva carisma, aveva novità ed era molto più sofisticato di gran parte del metal dell’epoca. Insomma, era poetico.

7 – Killin’ In The Name, RATM. All’inizio i RATM mi erano stati immantinente sul cazzo, a causa del video i cui Zach de la Rocha faceva il figo, durante un live, con una delle sue guardie del corpo (voglio dire, sai che figo a prendere le difese del ragazzino con uno che paghi e che non ti può scafandrare di mazzate, capaci tutti!). Il fatto che, nonostante all’epoca fossi persona di odii e amori ancora più forti e immediati di quanto lo sia ora, dopo poco mi fossi ritrovato a saltare come un invasato ad ogni attacco di questo pezzo, dimostra quanto fosse valido, a prescindere.

8 – Drown, Smashing Pumpkins. Ho passato pomeriggi interi a perdermi nei minuti di feedback finali di questo pezzo. Ipnosi pura e galattica. Quando la chitarra è arte.

9 – A.D.I.D.A.S., Korn. Il grunge, nella sua forma più pura e innovativa, era morto. Finito tra le sbiadite imitazioni e la mestizia. Per fortuna c’erano loro a tirarmi fuori l’incazzatura e il fuoco. Poi, anche loro sono finiti malamente in un mesto circo privo di senso. Ma almeno questo pezzo (e molti altri, soprattutto da Life Is Peachy e da Issues) me l’hanno regalato.

10 – Give It Away, RHCP. lo so, a rigore il pezzo e l’album sono del 1989, ma per me rappresentano un 1990 passato ad ascoltare un album cantato da uno che non cantava, rappava e non faceva acuti di alcun genere e suonato con pochissime distorsioni di chitarra e predominanza di una sezione ritmica indemoniata. E ciononostante io l’ho amato follemente. [Errata corrige: mi fanno giustamente notare che il pezzo è del ’91 e non dell’89. Evidentemente mi sono bevuto il cervello, ma meglio così. I tempi sono rispettati!]

Mi piacerebbe riprendere il discorso con le 10 migliori canzoni italiane anni ’90 (perché anche quelle erano musica MEGLIO di quello che gira oggidì. Magari, se avrò tempo e voglia, ne riparleremo).

Il salone del libro di Torino

Al salone del libro di Torino fanno male i piedi. Il che fa entrare tutto orgogliosamente nel reame del sacrificio. Ma anche del Diomadonna Potevate Metterci Un Paio Di Seggiole. Ma pure di puff. Anche di sgabelli, piuttosto.
Al Salone c’era pure il Casu che doveva presentare il suo romanzo e secondo me facevano male i piedi pure a lui anche se non l’ha mai ammesso.
Al Salone abbiamo incontrato Lele, che diceva al Casu di non bere. Me, invece, mi guardava come a dire: e a te, mo’, che vuoi che ti dica ancora? Tanto, ormai…Ma magari era solo che non aveva pubblicato anche un romanzo mio, per cui non si preoccupava troppo.
Al Salone abbiamo incontrato anche Miki. Miki è matto come un cavallo a primavera. Non so in effetti cosa questo possa esattamente significare, ma secondo me rende benissimo l’idea.
Al Salone ho messo a posto la connessione ad internet di una casa editrice digitale, perché se vendi ebook non è bello che funzioni tutto tranne gli iPad e gli e-reader. Però questo ti può permettere di inventarti delle bestemmie molto creative e quindi comunque la creatività italiana vince (e poi dicono che il settore è in crisi).
Al salone del libro ho scoperto che le ragazze che lavorano nei baretti vengono rimproverate se ti danno delle porzioni di patatine troppo abbondanti.
In compenso al salone del libro gira un tizio che per vivere deve lavorare vestito da enorme pupazzone verde a forma di toro. E già così non deve essere granché felice, ma se si aggiunge che c’era il clima tipico della foresta pluviale nicaraguense, secondo me anche se il pupazzone verde sorride, l’uomo dentro al pupazzone ci odia tutti moltissimo. In particolare i bambini. In particolare i bambini sorridenti.
Al salone del libro c’era Davide Enia, che pare una trottola e se non vuoi perderlo di vista devi tenere gli occhi fissi su di lui mentre chiacchierate, ché se ti distrai un attimo sei fregato e chissà lui dov’è finito. In un secondo è a farsi intervistare da RadioDue, in due secondi allo Strega, in tre è già arrivato a Cuba. E mentre si muove e tu gli stai dietro, incrocia sempre qualche donna che gli urla: Daaaavideeee! Ma non fa a tempo a dirgli qualcosa che lui è gia a Benevento.
Al salone del libro sono riuscito a trovare Woland, il che ha del miracoloso perché lui ti dà indicazioni del tipo: “sono vicino ad un cestino della spazzatura, in un angolo”. E quando tu gli chiedi qualche particolare più significativo, aggiunge: “Sono con Diegodatorino”. Grazie a questo particolare ci siamo trovati subito.
Al salone del libro ho conosciuto mr.Potts che è la cosa più vicina ad un lord inglese che ascolti il doom metal. Se non riuscite ad immaginare nulla di così vicino, mi sento di dire che il problema è vostro.
Al salone del libro per avere gli inviti per la festa della Minimum Fax basta che tu vada allo stand e gli chieda: “Mi inviti?” – “Ok”. Al salone del libro per avere gli inviti per la festa della Fandango devi superare il doppio controllo di sicurezza, dimostrare che tu sei tu e non un altro, che nessuno dei tuoi parenti abbia in casa libri della bur e che effettivamente sia saltato in mente a loro di invitarti per primi e perché. Quando poi vai alla festa ci sono dei buttafuori che guardandoti trucemente ti chiedono: “È in lista?”- “Sì” – “Ah, ok, passi pure”. Secondo me c’è qualcosa che non quadra, ma tant’è.
Alla festa della Fandango incroci Baricco che vaga tristissimo solitario e ramingo con la faccia di uno che gli è morto il gatto. Ma magari gli è morta la Holden, che ne so. O magari è allegro così di suo.
In compenso incroci pure la De Gregorio e l’amore della tua vita le tira una gomitata per sbaglio e tu capisci che hai scelto dannatamente bene.
E poi sei lì con Suzukimaruti che ti spiega che devi smetterla di fare il milanese e che tanto tu ti troverai meglio a Torino per cui smetti di rompere le balle e trasferisciti. E la sua compagna ti spiega che lei abitava a 100 metri da casa tua a Milano e pure lei ora sta meglio a Torino per cui smetti di rompere le balle e trasferisciti.
E insomma al salone di Torino incontri anche Nervo che per farsi riconoscere fa la faccia dell’avatar e il Chetti e Lelena (ma tanto loro li incontri dappertutto e si sono pure rotti di incontrarti dovunque e secondo me la sera, prima di spegnere la luce dell’abat-jour, lei gli dice: “controlla che non ci sia Ubi in bagno, sai mai”). Al salone del libro invece non ho incontrato il Many e Grushenka, ma mi sa che è perché io ho sbagliato qualcosa e a un certo punto mi sono perso.
Al salone c’erano anche lo Zio bonino, Stark, Waxen, Marissa e tutti gli amichetti di Spinoza. E poi c’erano anche Serena Ghandi e la Sidgi e io le ho detto: “Auguri!”, poi ho pensato che magari poteva portare sfiga e allora ho detto: “Congratulazioni!”, poi ho pensato che pure quello non sembrava granché e allora l’ho guardata negli occhi mentre le stringevo la mano e ho detto con accento di sincerità: “Insomma…figata!”. Non credo che li incontrerò più.
In conclusione, al salone del libro mi sono divertito, ma la prossima volta ci vado con gli anfibi.

Il toro verde